Brutta persona uno. L’invidia

Non fatevi fregare: io non sono una bella persona. [E sì, da qualche parte qualcuna ne deve essere rimasta.] Nutro un sacco di sentimenti sconvenienti, di quelli da guardare con un misto di superiorità e disprezzo e curiosità antropologica. E ho detto nutro. Non mi abitano, non li ospito mio malgrado, li nutro: gli do da mangiare, tutti i giorni che la fame è brutta.
Così, per fare un esempio, io invidio. Invidio un sacco, con forza, ne invidio tanti, rasento l’odio; ci metto proprio del mio. Mi piace farle bene le cose. E, modestia a parte, con tanti sforzi il risultato non è da buttar via, proprio no. Però, per farvelo capire, restringo un poco il campo, sennò buonanotte.

E allora io invidio Caproni, per quella sensibilità alla rima che ha solo lui. Gli fa aprire le porte, lui, alla rima. La fa arrivare inaspettata come i temporali in estate qua da me e attesa come la più bella delle donne. Gli dà senso.
Poi invidio Raboni. Non solo perché ha lavorato nell’editoria, mettendoci le mani dentro, parlando con cognizione di causa. No, non solo per quello: anche per l’angolo particolare da cui guardava il mondo. Perché lui Weltanschauung non l’avrebbe mai usata come parola, credo. Almeno non in questo contesto. Ma cazzo come risulta il mondo visto da quell’angolo là.
Pavese lo invidio forte. Capirete, è stato in Einaudi quando in Einaudi c’erano Calvino Contini Ginzburg Rodari Bollati Cerati Einaudi e le riunioni del mercoledì. Con tanti saluti al fútbol bailado. Pavese, che conosceva l’arte del titolo come quella del testo, e sapeva le persone tanto quanto i personaggi. Così tanto i personaggi che se n’è fatto uno e ci si è ammazzato pur di restargli fedele. Non più parole, un testo.
Penna. Sandro Penna. Anche lì c’è da invidiare, che credete? Quel montaggio minimale, leggero, dato alle cose di tutti i giorni che a noi gente di tutti i giorni schiaccerebbero il petto. Sareste capaci voi di dargliela quella leggerezza? Ecco, e allora c’è da invidiare, visto?
Invidiare Pasolini, tutto sommato è facile. Sul serio, anche se è morto ammazzato male. Ce l’hanno ucciso, e manco vorrebbero dirci come. Eppure lo invidio. Cazzo, lui sì che pensava. Pensava così tanto che quel pensiero poi l’ha dovuto infilare un po’ dappertutto: poesia, romanzi, film, interviste, se stesso come figura. Non ne aveva abbastanza di cassetti per quei pensieri, lui, no, e non ne avrebbe avuto abbastanza ancora a lungo. Invece ce l’hanno ammazzato male e manco vogliono dirci come. Invidia.
A Ungaretti invidio il porto, e la voglia di immergersi. Che il versicolo è poco, il versicolo è una genialità di second’ordine: puoi rimontarlo, se hai giocato coi Lego. Ma cazzo, la voglia di ritrovare una parola nel fango limaccioso del fondale. Una, una sola se fosse solo quella, ma scavarla via e riportarla in superficie. Per gridare al mondo: «Eccola, io ho una parola. Questa. L’ho trovata, l’ho ritrovata sepolta e dimenticata. Ora la metto qui, perché tanto è mia, e io la regalo a voi».
Montale, se è per quello, be’ invidio pure lui. Il suo rapporto simbolico con le cose. Le cose quelle poche, quelle non tutte, quelle che sono lì da sempre a crescere o star ferme. Diventate simbolo, chiave. Ma la serratura, continuo a temere che in realtà fosse solo sua, mentre noi insistiamo a riempircene la bocca illusi di capirla.
Corazzini forse lo conoscono in pochi, ma che vuol dire? Invidio pure lui. Lui e il suo Piccolo libro inutile. Lui e il suo negarsi retoricamente poeta. Lui e il suo rompere il gioco, sparpagliare in afonia le parole come perle di una collana rotta, che poi vedete dov’è dovuto andare Ungaretti per ritrovarne qualcuna.
Gozzano, la Signorina Felicita, il verseggiare preciso che sembra venir fuori da sé, la rima come fosse un gioco: il gioco atroce della malinconia leggera. Le buone cose di pessimo gusto io a Guido le invidio tutte, tutte quante.
E Pascoli. Fonte della corrente impetuosa di cui si dice, capostipite della poesia moderna là dove essa si divide da quell’altro, il D’annunzio (lui no, lui non lo invidio. E ha perso, è ora che qualcuno lo dica. Però cazzo, che ritmo…). Pascoli della poesia che emerge da un discorso continuo, Pascoli dell’affiorare e attaccare in e. Pascoli franto, perché sapeva usare la virgola; Pascoli affaticante e affaticato. Pascoli capace di reinventare la mitologia per quei suoi poveri contemporanei che siamo noi, e reinventandola le strappava il velo. Perché la mitologia non esiste se non è oggi, una legge del mutamento che illuminò Pavese [Cfr. Dialoghi con Leucò.] E giù a invidiare senza requie.

Sono una brutta persona, ve l’avevo detto. E ce ne sarebbero altri assieme, e altri prima, e altri altrove e altri in altro. Sono una brutta persona, faccio gli elenchi che manco son completi. Ma loro, cazzo loro se se lo meritano di essere invidiati. Perdoneranno.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...