Giuseppe

Giuseppe diceva sempre a tutti «Ci sono io, va tutto bene». Poi ogni tanto andavo là e lui piangeva con me, che a lui non lo diceva nessuno. E sì che trascinava una gamba e un’azienda da solo, e non era più grosso come un tempo, ma in fondo faceva solo il suo. E io, il mio.
Così quando gli facevo la notte, e non si capiva cosa dicesse, glielo ripetevo io «Va tutto bene». Sorridevo e mentivo, e mi sentivo una merda. Lui piangeva anche lì, a tratti, per la paura di non uscirne. E m’ha detto: «Non ti vedrò sposato» e «L’avevo promesso a tuo padre» e «Controllati il fegato». Io, la merda che ride falsità. Tutto sotto controllo, aggrappato al libro.
E io, la cosa peggiore è che non gli ho scritto mai nulla a Giuseppe, per lui, di lui. M’è rimasto giallo e scavato in quel letto, che puzzava. Perché come cazzo lo racconti che in quel letto lui – il forte – era più giallo e più puzzolente del suo piscio nel sacchetto?
Giuseppe diceva sempre agli altri «S’aggiusta tutto». È morto giallo e scavato, trattato come una seccatura; dopo, come uno stronzo. M’ha lasciato queste due cose, a me, Giuseppe.

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