LA STAMPA, IL VIETNAM E IL SENSO DI TUTTA LA FACCENDA

In qualche punto, alla periferia di quel numero unico sul Vietnam i cui resoconti quotidiani rendevano l’edizione del mattino troppo pesante da sopportare, smarrita nei contesti surreali della televisione, c’era una storia semplice come era sempre stata, uomini che danno la caccia ad altri uomini, una guerra orribile e vittime di tutti i tipi. Ma c’era anche un Comando che questo non lo capiva, che ci spingeva nelle trappole del logoramento facendoci andare a cavalluccio sulla schiena di fittizie percentuali di uccisioni e un’Amministrazione che credeva al Comando, un’inseminazione incrociata di ignoranza, e una stampa la cui tradizione di obiettività e onestà (per non parlare del suo diretto interesse) vedeva che a tutto questo si dava spazio. Una volta che i media avevano preso quei diversivi abbastanza sul serio da riportarli, era inevitabile che li legittimassero pure. I portavoce si esprimevano con parole che non avevano più corso nella lingua corrente, frasi che non potevano aspirare ad alcun significato nel mondo della gente sana di mente, e se gran parte di queste erano segnate astutamente con un punto interrogativo dalla stampa, tutte erano messe tra virgolette. La stampa aveva sottomano tutti i fatti (più o meno), ne aveva troppi. Ma non trovò mai il modo di restituire nei suoi resoconti il senso della morte, che poi, ovviamente, era il senso di tutta la faccenda. I più ripugnanti, trasparenti e maldestri tentativi di raggiungere la santità nel bel mezzo del massacro generale erano trattati molto seriamente dai giornali e dall’etere. Il gergo del Progresso ti veniva sparato nella testa come una raffica di proiettili, e ora che eri riuscito a farti largo tra tutte le storie di Washington e tutte le storie di Saigon, fra tutte le storie dell’Altra Guerra e le storie di corruzione e le storie sui rapidi miglioramenti di efficienza dell’esercito sudvietnamita, in qualche modo la sofferenza non ti faceva più nessun effetto. E dopo aver vissuto così per anni, talmente tanti da darti l’impressione che durasse da sempre, arrivavi a un punto in cui potevi startene seduto lì, di sera, ad ascoltare il tipo della radio annunciare che le perdite americane della settimana erano scese al livello più basso dell’ultimo mese e mezzo, solo 80 GI erano morti in combattimento, e ti sentivi come se avessi appena fatto un affare.
Se avevi mai visto le cronache scritte da Peter Kann, William Touhy, Tom Buckley, Bernie Weinraub, Peter Arnett, Lee Lescaze, Peter Braestrup, Charles Mohr, Ward Just o da alcuni altri, capivi che, per lo più, ciò che la Missione voleva trasmettere al pubblico americano consisteva in un varietà da psicotici; la pacificazione, per esempio, era poco più di una tetta gonfia, computerizzata, cacciata a forza in bocca a una popolazione già violata, un programma dispendioso e completamente privo di valore che funzionava soltanto nelle conferenze stampa. Eppure, durante l’anno che portò all’offensiva del Tet (1967: Anno del Progresso era il titolo di un rapporto ufficiale di fine anno) ci furono più servizi sulla pacificazione che non sui combattimenti – prima pagina, prima serata, come se stesse succedendo veramente.

[…]

Tranne che per prendere la posta o per farmi rinnovare l’accreditamento, non ho mai dovuto frequentare il JUSPAO a meno che non lo volessi io. (Quell’ufficio era stato creato per gestire le relazioni con la stampa e la guerra psicologica e non ho mai conosciuto nessuno lì che si rendesse conto che c’era una certa differenza.)

Michael Herr, da Dispacci

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