Premettendomi

E. Potrei finirla qui. Ma l’idea era mettere parole in fila indiana, come per andar da qualche parte; come non sapessi che qui il più passa a star fermi. Comunque.
«E» sembra cosa troppa miseria a saziare la voglia che avevo, che verrebbe da dir scrivere ma non sono sicuro sia la parola giusta. Più come dovessi togliermi qualcosa di conficcato, lama dal costato o vino dalla pancia. O. Espulsione, ecco, calza meglio. Finito sulle calzature potrei anche dire del sassolino dalla scarpa, ma non sarebbe esatto, quanto a dire non sarebbe vero. Figurarsi se sarebbe giusto.

M’è spuntato il desiderio di far marciare le parole su una riga. In effetti, su più righe: schiera o formazione, soldatini del significante. Il significato, stando alla teoria, dovrebbe starci attaccato come volta e bianca d’un foglio; ma qua sul monitor c’è quel vantaggio che al recto non segue un verso, e non puoi girare dietro a cercare il significato siamese di quel significante. Mi va di lusso: significato non ce n’era, con buona pace di De Saussure e degli strutturalisti. Ragazzoni degni di stima. Solo, non avevano pensato che c’è anche chi sta un gradino sotto, pretestuale senza scuse, preverbale anche quando sostantivato, disarticolato persino nelle preposizioni. Ergo non scrive. Quindi io.
Oltretutto della guerra faccio volentieri a meno, che il Futurismo se permettete ha senso solo nei libri, quindi pure ‘sta metafora trita dei soldatini… Lasciamo stare.

Scrivere prevede messaggio – e qui al limite c’è il medium, se può bastare -, e desiderio finalistico di comunicare, e sintassi e stile e mestiere. Io ho solo le parole. Mi sembra inoppugnabile: non sto scrivendo. Che poi una cosa non scritta si possa leggere è rivelazione da Sibilla petroniana. Potremmo allora arrivare a Elliot, ma di terre desolate ce n’è in giro a sufficienza, e aprile è finito già da un pezzo.

[Intermezzo. Due gintonic e sigarette come se.]

Quindi, senza scrivere, eccomi a infilare parole su un filo diritto, che si finge discorso ma manca del rosso. Come tipo, onanismo senza orgasmo. Estetismo in negativo,  che avesse una forma sarebbe almeno barocco e invece no. L’esposizione macabra del peggio del sé, orrida come una sfilata di costole di modelle. E altrettanto esibizionista. Tant’è.

Ho addentato un’albicocca. Di carne e succo come la fica dell’estate. Turgida. C’era il mare, a ricordarselo, ma non credo di poter dire altro. Scialacquava. Tutto qui.

Lo dicevo: non so scrivere. So mettere in collana le parole, che è un gesto volgare ma nemmeno abbastanza. Distante anni luce dai tagli di Fontana, palesi e depilati e coraggiosi e carnali. Merda d’artista senza artista.

Alla fine, poi, arriva la fine. Concludere non se ne parla, in mancanza di svolgimento. Certo c’è tutta un’esistenza che mi scorre accanto; io la guardo come il tennis alla tivù: senza entusiasmo né partecipazione. Una cosa non mia, fuori da me, in cui non so trovare il senso di tentare ogni volta sbagliando sempre. Game, set, match.

Ecco qua, questo è quanto. Poco, in vero. Sostanzialmente niente. Me.
Sto meglio? No.
Fortunatamente l’importante non è quello.

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One thought on “Premettendomi

  1. Anche se non stai meglio potremmo approfondire le questioni dell’albicocca e dei tagli di Fontana? Ci ho sempre visto un po’ anche io quella storia lì di cui scrivi tu. 🙂

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