#DFW E LA POVERTÀ TEMATICA DELLA NOSTRA LETTERATURA

– Ora come ora, negare è la cosa più utile, e noi neghiamo.
– Tutto?
– Tutto!
– Ma come, non solo l’arte e la poesia… ma persino… è terribile a dirsi…
– Tutto, – ripeté Bazarov, con indescrivibile compostezza.

Ivan Turgenev, da Padri e figli

**Il vero senso della mia vita è semplicemente provare meno dolore possibile e più piacere possibile? Di certo il mio comportamento sembra indicare che è questo che credo, almeno per gran parte del tempo. Ma non è un modo un po’ egoistico di vivere? Lasciate perdere l’egoistico — non è paurosamente solitario?**

[…]

**Ma se decido di decidere che la mia vita ha un senso diverso, meno egoista, meno solitario, il motivo per questa decisione non sarà il mio desiderio di essere meno solo, e cioè di soffrire meno nel complesso? Può la decisione di essere meno egoisti essere mai altro che una decisione egoista?**

[…]

Il grosso elemento che rende Dostoevskij inestimabile per i lettori e gli scrittori americani è che sembra possedere livelli di passione, convinzione e impegno in profonde problematiche morali che noi — qui, oggi* — non possiamo o non ci concediamo di provare in prima persona.

*(Forse vittime di un nostro incantesimo nichilista.)

[…]

La biografia di Frank [su Dostoevskij] ci spinge a domandarci come mai sembriamo richiedere alla nostra arte di tenere una distanza ironica da profonde convinzioni o domande disperate, costringendo così gli scrittori contemporanei a ridicolizzarle o a cercare di farle passare camuffandole con qualche trucco formale come citazioni intertestuali o accostamenti incongruenti, relegando le cose veramente pressanti fra asterischi come parte di qualche artificio polivalente di defamiliarizzazione o qualche cagata del genere.
La povertà tematica della nostra letteratura si spiega ovviamente in parte con il nostro secolo e la nostra situazione. I cari vecchi modernisti, fra le altre cose, elevarono l’estetica al livello dell’etica —forse persino della metafisica — e i Romanzi seri da Joyce in poi tendono a essere valutati e studiati principalmente per la loro ingegnosità formale. Il retaggio modernista è tale che ormai diamo per scontato che la letteratura «seria» sia esteticamente distante dalla vita vissuta davvero. Si aggiunga il requisito dell’autocoscienza testuale ingiunto dal postmodernismo** e dalla teoria della letteratura, e inoltre va detto probabilmente che Dovstoevskij e altri erano liberi da certe aspettative culturali che limitano gravemente l’abilità dei nostri romanzieri di essere «seri».

** (Qualunque cosa sia esattamente.)

[…]

In realtà non è vero che la nostra cultura letteraria è nichilista, almeno non nel senso radicale di Bazarov di Turgenev. Perché ci sono tendenze che crediamo cattive, qualità che detestiamo e temiamo. Fra queste ci sono sentimentalismo, ingenuità, arcaismo, fanatismo. Al momento sarebbe probabilmente meglio dire che la nostra è la cultura artistica dello scetticismo congenito. La nostra intellighenzia*** diffida delle opinioni forti, delle aperte convinzioni. Un conto è la passione materiale, ma la passione ideologica ci disgusta profondamente. Crediamo che l’ideologia sia ormai sfera di competenza di gruppi di interesse e comitati di azione politica rivali, tutti che cercano di accaparrarsi una fetta della grossa torta verde… e, guardandoci attorno, vediamo che in effetti è così, Ma il Dostoevskij di Frank sottolineerebbe (o più probabilmente saltellerebbe e agiterebbe il pugno e si scaglierebbe contro di noi e urlerebbe) che se così è, lo si deve almeno in parte al fatto che abbiamo abbandonato il campo. Che l’abbiamo abbandonato a fondamentalisti la cui inflessibile rigidità e la cui smania di giudicare ci dimostrano che non hanno la più vaga idea di quali siano i «valori cristiani» che vorrebbero imporre agli altri. Alle milizie di destra e ai dietrologi la cui paranoia riguardo al governo presuppone che il governo sia di gran lunga più organizzato ed efficiente di quanto non sia in realtà. E, nell’accademia e nelle arti, al movimento sempre più assurdo e dogmatico del Politicamente corretto, la cui ossessione per le mere forme del parlato e del discorso mostrano fin troppo bene quanto siano diventati fiacchi ed estetizzanti i nostri migliori istinti liberali, quanto si siano allontanati da ciò che conta davvero: movente, sentimento, credo.

*** (Che, visto il luogo di pubblicazione di questa recensione, significa fondamentalmente noi stessi.)

David Foster Wallace, da Il Dostoevskij di Joseph Frank, in Considera l’aragosta

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