Le parole non sono importanti, nemmeno nell’editoria

Piccola parentesi di banale vita vissuta, che non è il punto.
Poi, una sera, che tu hai già per la testa tutti i cazzi del mondo e nemmeno una soluzione, manco fosse un rebus, e coi rebus non sei mai stato tanto bravo…. (Coi rebus fai schifo, diciamola la verità.)
E insomma, tu sei lì, quella sera, a cercare come sempre di dar forma almeno apparente alla nebulosa disorganizzata dei casini soliti della vita, e qualcuno entra con la precisa intenzione di mettere un po’ di carne al fuoco. E pensi: «Ma quanto cazzo di spazio c’è, su ‘sto fuoco?». Vabbe’, prepararsi alla bordata: allestire le reti per i detriti, disporre le cuccette in murata, chiudere i boccaporti e tutti gli uomini a riva per cercare di far vela il più lontano possibile. Già, e dove vai? Contrordine, prepararsi alla bordata: sorridere e stop.
Quindi niente: mentre sei lì che giochi a far l’equilibrista con le tue piccole magagne quotidiane, entrano e provano a spazzarti il ponte da prua a poppa, coi cannoni caricati a mitraglia. E tu sorridi.

Stralci di un lungo cannoneggiamento.
«Che cosa combini? Perché non te ne vai via? Sono solo scuse. Stai peggiorando. Ti chiudi sempre di più. E cosa sono ‘sti paroloni? Ti nascondi dietro al fatto che hai studiato? Cos’è, ti credi migliore a non farti capire? Sei arrogante, sei!»

Timidi tentativi di reazione conciliante.
A quel punto, la difesa del sorriso comincia a incrinarsi. Spartani: tornate con i vostri scudi, o sopra di essi. Eh, ma se lo scudo si rompe? Su cosa mi riporteranno a casa i compagni? «No, è che quando devo mettermi a nudo, quando affronto argomenti che mi sembrano importanti o delicati, mi viene questa cosa di trovare le parole giuste, le espressioni più calzanti. Sai, quella roba del chiamare le cose col proprio nome. E sarà un vizio, per carità, sarà un difetto, non dico di no, ma di difetti ne abbiamo tutti tanti, e io ho anche questo. Mica sarà il peggiore, no?»
«E invece non è un difetto, è il risultato di un difetto. Sei arrogante, ecco cosa. Credi che a parlar difficile metti in difficoltà gli altri. Ma a me non mi freghi. Ripeti tutto usando parole più semplici. Ripeti. Che le parole non contano, le parole non sono importanti! Io se passo un giorno senza le parole, ringrazio il cielo!»

Ok, cannoni in batteria: si prova a rispondere.
Su quella frase sbotti. Perché non puoi mica startene lì bello e beato a far da bersaglio sorridente in eterno, e ascoltare le peggio stronzate facendo finta di nulla.
Perché no: non esiste un giorno in cui puoi stare senza parole. Non si può proprio, puttanagalera. Le parole mica ci sono solo quando le dici o le senti o le scrivi o le leggi, eh. Le parole sono prima, stanno a monte. Vuoi dirmi che puoi passare un giorno senza pensare? E con cosa pensi di pensare, se non con le parole, coi mattoncini Lego? Ma credi davvero che sapresti pensare senza le parole? Non ti rendi conto che con parole diverse, con un’altra lingua per dire, ragioneresti in modo diverso? Che addirittura vedresti il mondo in modo diverso?
E poi, diamine, secondo te son la persona giusta a cui fare ‘sto discorso? C’ho costruito la mia vita, io, sulle parole. Dalle passioni agli studi al lavoro. Ma lo vedi dove sei? Guardati intorno.

2014-03-15-688Stanno lì: Contini, Segre, Barthes; Levi, Pavese, Hemingway; Pratchett, O’Brian, Tolkien; Wallace, Queneau, Sartre; Omero, Dante, Ariosto; Raboni, Ungaretti, Enzensberger; Calvino, Murakami, Borges…

Il punto. Distante nel tempo e nel ragionamento.
Già: io sulle parole ho costruito una vita. Me ne sono innamorato al punto di pensare che avrei potuto studiarle e persino lavorarci. Mi sono illuso che fossero importanti sul serio. Per le persone. Per le società. Per la nostra specie animale, che in quanto sociale ha bisogno di un linguaggio. Mi son fatto prendere la mano da un sogno in cui per la gente le parole contano quanto il cibo o l’automobile; in cui chi lavora con le parole ha la stessa dignità di chi ci serve al ristorante o si spezza la schiena alla catena di montaggio.
Non che mi sia sentito artista, no; non ho puntato a un lavoro creativo: mi sono detto che sarebbe stato bello fare il manovale del linguaggio, e provare non già l’orgoglio dello scultore famoso e studiato, ma la più modesta soddisfazione del muratore che osserva la parete appena alzata e si accorge che è fatta bene, e tiene.
Ho scelto di fare il redattore editoriale. O almeno di provarci.
E ho scoperto che questa parola, «redattore», non esiste.
Non esiste nella testa delle persone che incontri.
Magari ti ferma la polizia e, dopo patente e libretto, ti chiede che lavoro fai. Tu rispondi, tranquillo, e gli agenti se ne escono con robe tipo: »Ah, l’arredatore. Interessante».
Se vai in banca e ti devono schedare, alla voce «professione» non puoi mettere redattore: non c’è nella lista. E alla fine gli dici che sì, studente va bene.
Quando devi rifare la carta d’identità, non puoi dire che sei un redattore: anche qui, la lista non lo prevede. Puoi essere editore. «Eh, proprio no.» Sennò puoi essere libero professionista. Tanto tu un contratto non ce l’hai, vero? Ah, sì, come essere avvocato, uguale uguale. Però no: avvocato nella lista c’è.
E tutto questo è il meno: mica punti al riconoscimento sociale. No, è che la tua professione non esiste nemmeno per la gente del settore. Neanche per i tuoi committenti ciò che fai ha una dignità, o anche solo un merito. Insomma, non è cosa con cui si possa credere di portare il pane a casa. Tant’è che non ci vivi. E se non ci vivi tu, di certo non puoi camparci una famiglia.
Così, nella filiale della tua banca ti fanno notare che avresti diritto al conto gratis se ci incassassi lo stipendio e ci appoggiassi qualche utenza. Peccato che tu lo stipendio te lo fai già versare lì, solo che non è fisso; e per la stessa mancanza di un’entrata stabile, domiciliare le utenze non puoi.
Il punto è: se ti chiedono di riscontrare gli interventi di un altro a 0,10 euro la cartella, e devi anche stamparti a casa la bozza con le correzioni, non hai una dignità. Se dopo cinque anni che fai questo lavoro, in tutto il 2013 dagli incarichi editoriali hai incassato [che tanto è epoca di trasparenze, no?] 9398 euro e 50 centesimi, lordi, che poi son 783 euro e 20 centesimi al mese, sempre lordi, be’ allora non hai un futuro.
Semplicemente, il tuo lavoro non vale un lavoro vero. E forse, in fondo, l’idea è che potrebbe farlo allo stesso modo qualcun altro, chiunque altro; o forse addirittura che si potrebbe non farlo. Che non serva a niente, che sia inutile. Tempo sprecato, improduttivo. Un vezzo.
Che fai, pensi di vivere vendendo vezzi?

Conclusioni. Finalmente.
E così ti guardi intorno, e loro sono sempre lì: Borges, Murakami, Calvino; Enzensberger, Ungaretti, Raboni; Ariosto, Dante. Omero; Sartre, Queneau, Wallace; Tolkien, O’Brian, Pratchett; Hemingway, Pavese, Levi, Barthes, Segre, Contini…
Al loro posto, sono rimasti gli stessi. Ma li guardi con occhi diversi. Perché in fondo, in qualche modo, t’hanno fregato. Ti hanno venduto sogni, e dentro quei sogni un’illusione più grande. Che le parole fossero importanti. Che meritasse spenderci una vita. E invece no: le parole son solo parole. E quelle nei libri sono parole morte: non vivono né danno da vivere. Vanno bene per chi non ne ha bisogno.
Li guardo, in bella fila disordinata.
Ci sono giorni, come oggi, che li odio. ‘Fanculo. Dorsi e copertine ammassati, che avrei dovuto lasciare al loro mondo: quello dei passatempi.
Volete saperla una bella parola, tonda e concreta e piena di significato?
«Commesso»
Ecco, io, adesso, se posso, scelgo quella.

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