L’ULTIMO VIAGGIO – XVI E XVII

Il vecchio Ulisse, da anni rientrato a Itaca, si rende conto di aspettare ormai solo la morte; le antiche gesta si confondono e scolorano, tra il sogno e il canto degli aedi. Dubita di sé, d’aver vissuto. E prende una decisione: «Or io mi voglio rituffar nel sonno, / s’io trovi in fondo dell’oblio quel sogno». Torna sul mare, parte per vivere ancora – per verificare – le avventure d’un tempo. Giunge all’isola di Circe, vuole ritrovare quell’amore perduto. S’illude.

XVI
L’ISOLA DI EEA

E con la luce rosea dell’aurora
s’avvide, ch’era l’isola di Circe.
E disse a Femio, al molto caro Aedo:
«Terpiade Femio, vieni a me compagno
con la tua cetra, ch’ella oda il tuo canto
mortale, e tu l’eterno inno ne apprenda».
E disse ad Iro, dispensier del cibo:
«Con gli altri presso il grigio mar tu resta,
e mangia e bevi, ch’ella non ti batta
con la sua verga, e n’abbi poi la ghianda
per cibo, e pianga, sgretolando il cibo,
con altra voce, o Iro non-più-Iro».
Così diceva sorridendo, e mosse
col dolce Aedo, per le macchie e i boschi,
e vide il passo d’onde l’alto cervo
d’arboree corna era disceso a bere.
Ma non vide la casa alta di Circe.
Or a lui disse il molto caro Aedo:
«C’è addietro. Una tempesta è il desiderio,
ch’agli occhi è nube quando ai piedi è vento».
Ma il luogo egli conobbe, ove gli occorse
il dio che salva, e riconobbe il poggio
donde strappò la buona erba, che nera
ha la radice, e come latte il fiore.
E non vide la casa alta di Circe.
Or a lui disse il molto caro Aedo:
«C’è innanzi. La vecchiezza è una gran calma,
che molto stanca, ma non molto avanza».
E proseguì pei monti e per le valli,
e selve e boschi, attento s’egli udisse
lunghi sbadigli di leone, désti
al lor passaggio, o l’immortal canzone,
di tessitrice, della dea vocale.
E nulla udì nell’isola deserta,
e nulla vide; e si tuffava il sole,
e la stellata oscurità discese.
E l’Eroe disse al molto caro Aedo:
«Troppo nel cielo sono alte le stelle,
perché la strada io possa ormai vedere.
Or qui dormiamo, ed assai caldo il letto
a noi facciamo; ché risorto è il vento!.
Disse, e ambedue si giacquero tra molte
foglie cadute, che ammucchiate al tronco
di vecchie quercie aveva la procella;
e parvero nel mucchio, essi, due tizzi,
vecchi, riposati con un po’ di fuoco,
sotto la grigia cenere infeconda.
E sopra loro alta stormía la selva.
Ed ecco il cuore dell’Eroe leoni
udì ruggire. Avean dormito il giorno,
certo, e l’eccelsa casa era vicina.
Invero intese anche la voce arguta,
in lontananza, della dea, che, sola,
non prendea sonno e ancor tessea notturna.
Né prendea sonno egli, Odisseo, Ma spesso
si volgea su le foglie stridule aspre.

XVII
L’AMORE

E con la luce rosea dell’aurora
non udì più ruggito di leoni,
che stanchi alfine di vegliar, col muso
dormian disteso su le lunghe zampe.
Dormiva anch’ella allo smorir dell’alba,
pallida e scinta sopra il noto letto.
E il vecchio Eroe parlava al vecchio Aedo:
«Prenda ciascuno una sua via: ch’è meglio.
Ma diamo un segno; con la cetra, aedo,
tu, che ritrova pur da lungi il cuore.
Ma s’io ritrovi ciò che il cuor mi vuole,
ti getto allora un alalà di guerra,
quale gettavo nella mischia orrenda
eroe di bronzo sopra i morti ignudi,
io; che il cuore lo intenda anche da lungi».
Disse, e taceva dei leoni uditi
nell’alta notte, e della dea canora.
E prese ognuno la sua via diversa
per macchie e boschi, e monti e valli, e nulla
udì l’Eroe, se non ruggir le quercie
a qualche rara raffica, e cantare
lontan lontano eternamente il mare.
E non vide la casa, né i leoni
dormir col muso su le lunghe zampe,
né la sua dea. Ma declinava il sole,
e tutte già s’ombravano le strade.
E mise allora un alalà di guerra
per ritrovare il vecchio Aedo, almeno;
e porse attento ad ogni aura l’orecchio
se udisse almeno della cetra il canto;
e sì, l’udì; traendo a lei, l’udiva,
sempre più mesta, sempre più soave,
cantar l’amore che dormia nel cuore,
e che destato solo allor ti muore.
La udì più presso, e non la vide, e vide
nel folto mucchio delle foglie secche
morto l’Aedo; e forse ora, movendo
pel cammino invisibile, tra i pioppi
e i salici che gettano il lor frutto,
toccava ancora con le morte dita
l’eburnea cetra: così mesto il canto
n’era, e così lontano e così vano.
Ma era in alto, a un ramo della quercia,
la cetra arguta, ove l’avea sospesa
Femio, morendo, a che l’Eroe chiamasse
brillando al sole o tintinnando al vento:
al vento che scotea gli alberi, al vento
che portava il singulto ermo del mare.
E l’Eroe pianse, e s’avviò notturno
alla sua nave, abbandonando morto
il dolce Aedo, sopra cui moveva
le foglie secche e l’aurea cetra il vento.

Giovanni Pascoli, da L’ultimo viaggio, in Poemi conviviali

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...