Le parole non sono importanti, nemmeno nell’editoria

Piccola parentesi di banale vita vissuta, che non è il punto.
Poi, una sera, che tu hai già per la testa tutti i cazzi del mondo e nemmeno una soluzione, manco fosse un rebus, e coi rebus non sei mai stato tanto bravo…. (Coi rebus fai schifo, diciamola la verità.)
E insomma, tu sei lì, quella sera, a cercare come sempre di dar forma almeno apparente alla nebulosa disorganizzata dei casini soliti della vita, e qualcuno entra con la precisa intenzione di mettere un po’ di carne al fuoco. E pensi: «Ma quanto cazzo di spazio c’è, su ‘sto fuoco?». Vabbe’, prepararsi alla bordata: allestire le reti per i detriti, disporre le cuccette in murata, chiudere i boccaporti e tutti gli uomini a riva per cercare di far vela il più lontano possibile. Già, e dove vai? Contrordine, prepararsi alla bordata: sorridere e stop.
Quindi niente: mentre sei lì che giochi a far l’equilibrista con le tue piccole magagne quotidiane, entrano e provano a spazzarti il ponte da prua a poppa, coi cannoni caricati a mitraglia. E tu sorridi.

Stralci di un lungo cannoneggiamento.
«Che cosa combini? Perché non te ne vai via? Sono solo scuse. Stai peggiorando. Ti chiudi sempre di più. E cosa sono ‘sti paroloni? Ti nascondi dietro al fatto che hai studiato? Cos’è, ti credi migliore a non farti capire? Sei arrogante, sei!»

Timidi tentativi di reazione conciliante.
A quel punto, la difesa del sorriso comincia a incrinarsi. Spartani: tornate con i vostri scudi, o sopra di essi. Eh, ma se lo scudo si rompe? Su cosa mi riporteranno a casa i compagni? «No, è che quando devo mettermi a nudo, quando affronto argomenti che mi sembrano importanti o delicati, mi viene questa cosa di trovare le parole giuste, le espressioni più calzanti. Sai, quella roba del chiamare le cose col proprio nome. E sarà un vizio, per carità, sarà un difetto, non dico di no, ma di difetti ne abbiamo tutti tanti, e io ho anche questo. Mica sarà il peggiore, no?»
«E invece non è un difetto, è il risultato di un difetto. Sei arrogante, ecco cosa. Credi che a parlar difficile metti in difficoltà gli altri. Ma a me non mi freghi. Ripeti tutto usando parole più semplici. Ripeti. Che le parole non contano, le parole non sono importanti! Io se passo un giorno senza le parole, ringrazio il cielo!»

Ok, cannoni in batteria: si prova a rispondere.
Su quella frase sbotti. Perché non puoi mica startene lì bello e beato a far da bersaglio sorridente in eterno, e ascoltare le peggio stronzate facendo finta di nulla.
Perché no: non esiste un giorno in cui puoi stare senza parole. Non si può proprio, puttanagalera. Le parole mica ci sono solo quando le dici o le senti o le scrivi o le leggi, eh. Le parole sono prima, stanno a monte. Vuoi dirmi che puoi passare un giorno senza pensare? E con cosa pensi di pensare, se non con le parole, coi mattoncini Lego? Ma credi davvero che sapresti pensare senza le parole? Non ti rendi conto che con parole diverse, con un’altra lingua per dire, ragioneresti in modo diverso? Che addirittura vedresti il mondo in modo diverso?
E poi, diamine, secondo te son la persona giusta a cui fare ‘sto discorso? C’ho costruito la mia vita, io, sulle parole. Dalle passioni agli studi al lavoro. Ma lo vedi dove sei? Guardati intorno.

2014-03-15-688Stanno lì: Contini, Segre, Barthes; Levi, Pavese, Hemingway; Pratchett, O’Brian, Tolkien; Wallace, Queneau, Sartre; Omero, Dante, Ariosto; Raboni, Ungaretti, Enzensberger; Calvino, Murakami, Borges…

Il punto. Distante nel tempo e nel ragionamento.
Già: io sulle parole ho costruito una vita. Me ne sono innamorato al punto di pensare che avrei potuto studiarle e persino lavorarci. Mi sono illuso che fossero importanti sul serio. Per le persone. Per le società. Per la nostra specie animale, che in quanto sociale ha bisogno di un linguaggio. Mi son fatto prendere la mano da un sogno in cui per la gente le parole contano quanto il cibo o l’automobile; in cui chi lavora con le parole ha la stessa dignità di chi ci serve al ristorante o si spezza la schiena alla catena di montaggio.
Non che mi sia sentito artista, no; non ho puntato a un lavoro creativo: mi sono detto che sarebbe stato bello fare il manovale del linguaggio, e provare non già l’orgoglio dello scultore famoso e studiato, ma la più modesta soddisfazione del muratore che osserva la parete appena alzata e si accorge che è fatta bene, e tiene.
Ho scelto di fare il redattore editoriale. O almeno di provarci.
E ho scoperto che questa parola, «redattore», non esiste.
Non esiste nella testa delle persone che incontri.
Magari ti ferma la polizia e, dopo patente e libretto, ti chiede che lavoro fai. Tu rispondi, tranquillo, e gli agenti se ne escono con robe tipo: »Ah, l’arredatore. Interessante».
Se vai in banca e ti devono schedare, alla voce «professione» non puoi mettere redattore: non c’è nella lista. E alla fine gli dici che sì, studente va bene.
Quando devi rifare la carta d’identità, non puoi dire che sei un redattore: anche qui, la lista non lo prevede. Puoi essere editore. «Eh, proprio no.» Sennò puoi essere libero professionista. Tanto tu un contratto non ce l’hai, vero? Ah, sì, come essere avvocato, uguale uguale. Però no: avvocato nella lista c’è.
E tutto questo è il meno: mica punti al riconoscimento sociale. No, è che la tua professione non esiste nemmeno per la gente del settore. Neanche per i tuoi committenti ciò che fai ha una dignità, o anche solo un merito. Insomma, non è cosa con cui si possa credere di portare il pane a casa. Tant’è che non ci vivi. E se non ci vivi tu, di certo non puoi camparci una famiglia.
Così, nella filiale della tua banca ti fanno notare che avresti diritto al conto gratis se ci incassassi lo stipendio e ci appoggiassi qualche utenza. Peccato che tu lo stipendio te lo fai già versare lì, solo che non è fisso; e per la stessa mancanza di un’entrata stabile, domiciliare le utenze non puoi.
Il punto è: se ti chiedono di riscontrare gli interventi di un altro a 0,10 euro la cartella, e devi anche stamparti a casa la bozza con le correzioni, non hai una dignità. Se dopo cinque anni che fai questo lavoro, in tutto il 2013 dagli incarichi editoriali hai incassato [che tanto è epoca di trasparenze, no?] 9398 euro e 50 centesimi, lordi, che poi son 783 euro e 20 centesimi al mese, sempre lordi, be’ allora non hai un futuro.
Semplicemente, il tuo lavoro non vale un lavoro vero. E forse, in fondo, l’idea è che potrebbe farlo allo stesso modo qualcun altro, chiunque altro; o forse addirittura che si potrebbe non farlo. Che non serva a niente, che sia inutile. Tempo sprecato, improduttivo. Un vezzo.
Che fai, pensi di vivere vendendo vezzi?

Conclusioni. Finalmente.
E così ti guardi intorno, e loro sono sempre lì: Borges, Murakami, Calvino; Enzensberger, Ungaretti, Raboni; Ariosto, Dante. Omero; Sartre, Queneau, Wallace; Tolkien, O’Brian, Pratchett; Hemingway, Pavese, Levi, Barthes, Segre, Contini…
Al loro posto, sono rimasti gli stessi. Ma li guardi con occhi diversi. Perché in fondo, in qualche modo, t’hanno fregato. Ti hanno venduto sogni, e dentro quei sogni un’illusione più grande. Che le parole fossero importanti. Che meritasse spenderci una vita. E invece no: le parole son solo parole. E quelle nei libri sono parole morte: non vivono né danno da vivere. Vanno bene per chi non ne ha bisogno.
Li guardo, in bella fila disordinata.
Ci sono giorni, come oggi, che li odio. ‘Fanculo. Dorsi e copertine ammassati, che avrei dovuto lasciare al loro mondo: quello dei passatempi.
Volete saperla una bella parola, tonda e concreta e piena di significato?
«Commesso»
Ecco, io, adesso, se posso, scelgo quella.

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CALVINO ITALO, DA VIA BIANCAMANO

Citazione

Era brusco, Calvino, di poche parole. Per timidezza, per l’abitudine al silenzio che gli veniva dagli avi, forse un riflesso difensivo nei confronti di un padre e di una madre autoritari, che sarebbe stato vano contrastare. L’aveva scritto lui stesso: la parola è una cosa gonfia, molle, un po’ schifosa, mentre ogni tipo di comunicazione dovrebbe essere improntato a un massimo di precisione, d’economicità. Nella primavera del 1984 Calvino è a Siviglia con la moglie Chichita, argentina di nascita. In un albergo della città Jorge Luis Borges, cieco da tempo, incontra alcuni amici. Arrivano anche i Calvino. Mentre Chichita conversa amabilmente con il connazionale, Italo si tiene come al solito in disparte, tanto che lei ritiene opportuno avvertire:
«Borges, c’è anche Italo…».
Appoggiato al bastone, Borges solleva in alto il mento, dice quietamente:
«L’ho riconosciuto dal silenzio».

[…]

Il Calvino che lavora in via Biancamano è, al pari del suo maestro Pavese, un gran lavoratore. L’etica del lavoro ben fatto gli viene dai genitori, severi socialisti umanitari di vecchio stampo. Per lui il senso di tutto è il lavoro. Il lavoro – dice – è qualcosa che ci mette in comunicazione con gli altri. Tu puoi anche morire, ma gli oggetti che hai costruito o prodotto vivranno nell’uso che ne faranno altre persone. Il lavoro come catena di solidarietà umana. Morire non è una cosa straordinaria, finché possiamo lasciare qualcosa di nostro utile agli altri: «Per me quello che conta è come si è, quel che si fa. Non mi va giù lo spontaneismo esistenziale, per cui tutti sono creature, tutti hanno il diritto di vivere. Il diritto di vivere ce lo si deve guadagnare duramente e molte persone che conosco non hanno nessun diritto di vivere, io stesso non sono mica sicuro di avere questo diritto. Me lo devo dimostrare, e non sempre ci riesco. Mi sento un uomo in più, in una terra sovrappopolata».

[…]

Ormai la sua opera è oggetto di ricerche, di tesi, ma preferisce non commentare se stesso. A uno studente: «Non è detto che l’autore ne sappia su se stesso più del lettore. Quel che conta è l’opera… L’interessato è sempre la fonte meno attendibile. Ciascuno quando parla di sé mente sempre. Io poi non ripeto mai la stessa notizia due volte di seguito alla stessa maniera, perché sarebbe troppo noioso. Quindi di me è meglio non fidarsi».

Ernesto Ferrero, da I migliori anni della nostra vita

CARO DON GIULIO

Citazione

Roma 4-1-1963

Caro Don Giulio,

stavolta sono proprio a bocca aperta e senza parole. La grossa Befana costruttiva, assolutamente imprevedibile, fuori di tutti gli oroscopi! Non mancherò di rescrivere le reazioni di mia figlia quando tornerà da Modena, dove la nonna emiliana la sta educando ai tortellini e al lambrusco. Naturalmente mi toccherà di rifare il pacco (sarà difficile: l’arte dell’imballaggio è per me tra le più misteriose).
Mia madre aveva les larmes aux yeux. Queste sono le sorprese che uno o lo fregano (infarto) o lo fanno balzare su per le scale gridando: Caricaaaa!
Hai giurato di farti voler bene, vero? Lo volete in ginocchio, con bandiera bianca e senza onore delle armi il vostro

Gianni Rodari
schiacciato al suolo

Nella fretta di aprire il pacco mi sono infilzato le forbici nella mano sinistra ma il tetano non mi è venuto: sono già passate due ore, perciò sono salvo. Considero la puntura una giusta punizione degli dei perché a me idee così belle non vengono mai: segno che sono ancora più cattivo di quello che penso.

posto per le lagrime (in un riquadro)

Gianni Rodari, da Lettere a Don Julio Einaudi,
Hidalgo editorial

CARO PONCHIRIELE

Citazione

Roma 11-9-67

Caro Ponchiriele,

ero in tutte le Russie quando mi hai dato notizia della dedolcificazione dei Cavalli bianchi, o decavallificazione del buon Danilo. Affari vostri, cosa vuoi da me? Io non sono un editore, ma un lettore. Se leggessi solo i libri che mi piacerebbe scrivere, dovrei leggerne 150.000 all’anno. Così me la cavo. Né carne in scatola né pese in barile.
Come disse quella signora dopo aver subito l’amputazione dell’aorta: «Che ore sono?»
I corpi, va bene. Ma un po’ di irrazionale non guasta. Non mi dirai che Sant’Agostino nutre i corpi. Va là, che vai bene, chi rompe paga e i cocchi sono suoi. Cocchi e Chicche, Checco vuol le pasticche, le vuole alla menta, chi conta si contenta.
Per parlare di cose più allegre come stai? Siete sempre così bravi ed efficienti? Guardate che da grande voglio fare lo scrittore: spero sempre nella vostra benevolente oculatezza.

Ciao
Gianni Rodari

Gianni Rodari, da Lettere a Don Julio Einaudi,
Hidalgo editorial

VITTORINI-LEONETTI, UN’IDEA D’EUROPA*

Citazione

È sempre più difficile, davanti a quello che attualmente ci passa il convento, non ripensare alla prima metà degli anni Sessanta come una sorta di favolosa età dell’oro della cultura italiana. A confermarci in questo pensiero c’è, ora, anche un libro che pure non racconta un successo bensì, al contrario, un fallimento: ma un fallimento d’una qualità, col metro dell’oggi, addirittura stratosferica. Si tratta d’una raccolta di lettere e altri documenti relativi al progetto di una rivista internazionale (fra i titoli impotizzati, «Gulliver») al quale lavorarono fra l’autunno del ’61 e la primavera del ’63, tre gruppi di scrittori di tre diverse nazionalità, comprendenti parecchi dei nomi più prestigiosi della seconda metà del Novecento. C’erano, tra gli altri, gli italiani Vittorini, Calvino, Moravia, Pasolini, i francesi Barthes, Blanchot, Butor, Leiris, i tedeschi Grass, Bachmann, Enzensberger, Walser, piùi tre redattori incaricati del quasi impossibile lavoro di coordinamento esecutivo che erano Francesco Leonetti, Louis-René des Fortes e Uwe Johnson. Principale punto di riferimento, qui da noi, Vittorini, alla cui inesauribile immaginazione editoriale l’impresa del «Menabò» andava già, evidentemente, un po’ stretta. Non a caso il libro è costruito essenzialmente sul carteggio fra lui e Leonetti; e ne esce, oltre a un’attendibilissima ricostruzione dei motivi non soltanto pratici che portarono al naufragio del progetto (i cui materiali preparatori confluirono poco dopo in un numero del «Menabò»), anche quella di un rapporto intellettuale e affettivo di toccante intensità, Fu, quella di «Gulliver», soltanto un’utopia? Forse; ma forse è più giusto considerarla un’idea troppo in anticipo sui tempi. Oggi che l’unità europea comincia a essere qualcosa di diverso da un’atrazione, una parte di quegli ostacoli non esisterebbe più. Il guaio è che dei protagonisti d’allora molti, a cominciare da Vittorini, sono scomparsi da un pezzo e gli altri, compreso Leonetti, hanno quarant’anni di più; né sembra, a guardarsi in giro, di avvistare plausibili rincalzi.

* Pubblicata il 24 febbraio 2000 [sul «Corriere della Sera»]. Recensione di «Gulliver». Carteggio Vittorini-Leonetti in Europa nel Sessanta. Con lettere a Calvino e a Pasolini e a Moravia…, a cura di M. Temperini, Lupetti-Manni, Milano-Lecce 2000.

Giovanni Raboni, da Il libro del giorno. 1998-2003

SPETTABILE EDITORE

Citazione

Spettabile Editore,

avendo ricevuto n. 6 sigari Roma – del che Vi ringrazio – e avendoli trovati pessimi, sono costretto a risponderVi che non posso mantenere un contratto iniziato sotto così cattivi auspici. Succede inoltre che i sempre rinnovati incarichi di revisione e altre balle che mi appioppate, non mi lasciano il tempo di attendere a più nobili lavori.
Sì, Egregio Editore, è venuta l’ora di dirVi, con tutto il rispetto, che fin che continuerete con questo sistema di sfruttamento integrale dei Vostri dipendenti, non potete sperare dagli stessi un rendimento superiore alle loro possibilità. C’è una vita da vivere, ci sono delle biciclette da inforcare, marciapiedi da passeggiare e tramonti da godere.
La natura insomma ci chiama, egregio Editore, e noi seguiamo il suo appello…
Cordialmente

Cesare Pavese

Un bel libro fatto male

Tsunami nucleare
Pio D’Emilia
Manifestolibri
brossura
pp. 160
9788872857069
€ 10,00
[3 su 5]

Tsunami nucleare di Pio d’Emilia è, purtroppo, un bel libro fatto male. Direi troppo male. Dal punto di vista dei contenuti, il valore di questa ricostruzione è indiscutibile ed evidente già dalle prime pagine. L’autore è un professionista dell’informazione giornalistica, conosce a fondo il Giappone e i giapponesi, è preciso, equilibrato, mai apocalittico o retoricamente gonfiato, cerca di capire – in primis – e informare con onestà. I fatti prima di tutto, supportati da fonti chiare e da un’ottima bibliografia anche del web. Il risultato è un reportage che dovrebbe essere la regola, e invece è l’eccezione del giornalismo, almeno sull’argomento: la stampa internazionale ha fatto sulla tragedia giapponese più disinformazione che altro, arrivando a dare notizie false per alimentare il becero sensazionalismo che fa vendere più copie (e la stampa italiana non è stata da meno, con «Repubblica» e «Corriere» in testa, tanto che quest’ultimo ha inventato di sana pianta la notizia del pizzaiolo Peppe ultimo italiano a Tokyo pregato inutilmente dal nostro ambasciatore di abbandonare la città: i due hanno pubblicamente dichiarato di non essersi nemmeno mai parlati – si vedano sulla questione le precise segnalazioni riportate sul Wall of shame del sito http://www.jpquake.info, spesso citato anche nel libro).
Il risultato è un testo che, proprio per la sua precisione e antiretorica, riesce a toccare tanto emotivamente quanto intellettualmente. Un libro che fa riflettere, com’è giusto che sia. Ad arricchire la ricostruzione di D’Emilia, poi, ci sono un interessantissimo scritto della giapponese Randy Taguchi, una breve resoconto che esemplifica il pressappochismo della stampa internazionale e una buona cronologia. Forse avrei inserito in appendice anche una breve spiegazione semplificata del funzionamento di una centrale nucleare, per sommi capi, tanto per dare conto di cosa siano le barre di combustibile, cosa significhi fusione del nocciolo, cosa sia il vessel, perché il raffreddamento del reattore sia una questione così pressante e cose del genere. Però è solo una mia idea, e d’altra parte informazioni di questo tipo non sono molto difficili da trovare in rete. Insomma, niente che possa inficiare la bontà del testo.

Credo sia chiaro: dal punto di vista dei contenuti Tsunami nucleare m’è piaciuto, molto. E mi spiace che probabilmente avrà scarsa diffusione, visto che è uscito per la casa editrice del «manifesto»: molti lo crederanno un libro fazioso pubblicato da un editore «politico», e comunque la distribuzione di manifesto libri non è certo quella di un grande gruppo editoriale (ma un grande gruppo avrebbe puntato su questo libro?).
Resta da dire: perché la premessa iniziale?
Lo dirò in maniera semplice, al limite dell’ingeneroso: la redazione di questo testo è pessima. C’è una quantità imbarazzante – e intendo letteralmente imbarazzante, almeno per chi fa questo lavoro – di refusi di ogni tipo: maiuscole mancanti o di troppo, spazi saltati, punteggiatura sbagliata (punti al posto delle virgole, virgole tra soggetto e verbo), difformità (TEPCO/Tepco, WSJ/Wsj), a capi fantasiosi… Non ho fatto il conto, ma credo si superi ampiamente la media di un refuso per pagina. Le note al testo principale sono state inserite ogni tot di articoli, ma senza un ordine logico chiaro e senza un’indicazione in indice. Alcuni articoli (perdonatemi, non mi sono segnato le pagine) non sono stati editati, e portano così i segni di una scrittura fatta per un altro medium, con frequenti anacoluti fino al limite di periodi logici troncati a metà nel seguire lo spostarsi del pensiero. Addirittura nella cronologia alla data 07/04/2011 viene indicata la voce: «Il presidente della Tepco Shimizu viene dimesso dall’ospedale, dove era stato ricoverato il 29 aprile per pressione alta e forti capogiri.» Ovviamente il signor Shimizu era stato ricoverato il 29 marzo (cfr. http://tg.la7.it/esteri/video-i400473).
Davanti a questo sfacelo, vengono in mente due scusanti parziali.
1. Questo libro è chiaramente un istant book, e in quanto tale è stato lavorato in tutta fretta per essere distribuito quando ancora l’argomento era caldo. M’è capitato seguire la preparazione di qualche istant e so che la loro lavorazione è sempre condotta in pochi giorni di lavoro «matto e disperatissimo», spesso frazionata fra diversi redattori, con centinaia di questioni da affrontare e risolvere contemporaneamente e problematiche tecnico-organizzative che troppo spesso schiacciano la dovuta attenzione al testo.
2. I problemi economici interni al «manifesto» (e che immagino coinvolgano non meno la sua casa editrice) non credo permettano un budget di lavorazione troppo alto. Viene da chiedermi se addirittura abbiano dei collaboratori adibiti alla correzione bozze, o se siano costretti per limitare i costi a demandare la cosa all’autore (che non è mai una buona scelta).
Queste considerazioni non possono, però, cancellare il dato di fondo: pubblicare libri è un lavoro esattamente come dare le notizie, e va fatto con la stessa professionalità. Un bel libro appesantito da troppi refusi diventa un libro discreto, che talvolta si fa persino fatica a leggere. E così a perderci sono tutti: il libro che non viene apprezzato quanto merita; l’autore che vede la propria opera svalorizzata e magari si ritrova pure imputato direttamente di alcuni errori; la casa editrice che fa una magra figura e perde potenziali acquirenti sia sul singolo libro sia sul lungo periodo; il lettore che non può godersi il prodotto che ha acquistato.
In tutto Tsunami nucleare conta 128 pagine: la correzione bozze può essere fatta tranquillamente in 3 giorni. Anche contando il passaggio in fotocomposizione, il riscontro e le ultime segnalazioni, si potrebbe fare il tutto in 5 giorni. Con un collaboratore esterno, diciamo 7 giorni per il passaggio dei materiali.
Secondo me questo libro 7 giorni di lavoro in più li meritava. Per valorizzarlo come merita, per affidare ai lettori un prodotto degno, ma anche per rispetto nei confronti di D’Emilia e della sua meritoria opera di informazione, che rende almeno l’onore dei fatti a un popolo già troppo provato.

Cominciamo con un libro, che c’ha senso

Io sono Febbraio
Shane Jones
Isbn Edizioni
brossura con cofanetto
pp. 176
9788876382130
€ 13,50
[4 su 5]

Che Io sono Febbraio non sia un romanzo «tradizionale» è chiaro sin dalla prima pagina, forse dalla seconda. La storia si sviluppa non tanto in un universo alternativo, quanto piuttosto su un diverso piano di realtà, creato in buona parte dalla stessa meccanica narrativa scelta da Jones. Ci troviamo di fronte a una narrazione che non è semplicemente surreale: direi piuttosto che buca le maglie del reale, le supera con una rappresentazione metaforica in cui ogni gesto o oggetto rimanda a significati profondi ma sfuggenti. Una narrazione allegorica. A questa caratteristica si uniscono le componenti di quel noir – tragico, poetico e spietato – tipico delle favole vere, quelle che non si raccontano ai bambini per farli dormire. Un incubo leggero.
E lentamente, mentre ci si immerge nella battaglia con un eterno e fantomatico Febbraio, prende piede la consapevolezza di assistere a una storia che non parla semplicemente di sé: emerge serpeggiante un livello metaletterario fumoso, indistinto e intrigante come un paesaggio immerso nella nebbia. A volte sembra di poter afferrare un dettaglio significativo, ma subito questo sfugge per immergersi nuovamente nella bruma della storia. Finito il libro, si rimane con la sensazione di aver letto qualcosa in più che non semplicemente le vicende di Thaddeus Lowe, della sua famiglia e dello Sforzo Bellico. Eppure, dire di preciso cosa è quasi impossibile.

Al valore letterario si unisce, poi, una fattura editoriale veramente pregevole. Belle le scelte grafiche sul testo, ottima la carta, adatto il font, perfetta l’immagine di copertina, comodo il formato e ottima l’idea del cofanetto. Persino il videotrailer è particolarmente riuscito. La collana di cui fa parte – Special Books, della Isbn – si segnala secondo me come una delle migliori iniziative editoriali recenti. Forse un po’ ondivaga in quanto a contenuti, ma capace di unire un prodotto editoriale da alta tiratura con la sensazione per il lettore di trovarsi di fronte un’edizione speciale. Il risultato sono libri capaci di unire al piacere della lettura, quello estetico del contatto con un oggetto “fisicamente” bello.
Insomma: ottimo lavoro.